Ogni mattina, prima ancora di alzarci, qualcosa ha già deciso per noi.
Quali notizie leggere. Quale musica ascoltare. Quali persone, tra tutte quelle che conosciamo, meritano la nostra attenzione oggi. Lo fa in silenzio, senza chiedere permesso, con una precisione che noi non potremmo mai raggiungere. E lo fa perché glielo abbiamo chiesto noi, anche se non ricordiamo esattamente quando.
Questa è la forma più sottile del cambiamento che stiamo vivendo. Non i robot che ci sostituiscono sul lavoro, non le intelligenze artificiali che scrivono romanzi o compongono sinfonie. Quello fa notizia, fa discutere, fa paura o meraviglia. Ma il cambiamento più profondo avviene altrove, in quella zona grigia dove la nostra volontà e l’algoritmo si incontrano e, piano piano, si mescolano.
Non lo dico per allarmare. Lo dico perché mi sembra utile vederlo chiaramente.
Delegare non è di per sé sbagliato. Lo facciamo da sempre: agli strumenti, alle istituzioni, alle persone di cui ci fidiamo. Il punto è sapere cosa stiamo delegando, e a chi. Quando affidiamo una scelta a un’altra persona, possiamo chiederle conto. Possiamo discutere, dissentire, cambiare idea insieme. Con un algoritmo, il dialogo è più difficile. Non impossibile, ma difficile.
Il futuro che ci aspetta non è necessariamente peggiore di oggi. Potrebbe essere molto migliore, per molti aspetti. Ma sarà un futuro che avremo scelto davvero solo se avremo imparato a fare le domande giuste, nel momento giusto, prima che qualcun altro le faccia al posto nostro.
“C’è un solo ruolo che non si può delegare: esserci.”